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- La voce del Nineteen Club -

Dal Marzo al Luglio del 1995 il Nineteen Club ha curato un foglio mensile, che trattava di argomenti di interesse locale e non, allegato al periodico monopolitano "Il Borgo".

Un consiglio: salvate questa pagina e sfogliatevela con calma una volta disconnessi.
Ciò è possibile perché tutti gli articoli si trovano in questo file.


Numero 1 - Marzo 1995 - Scarica il file .pdf
Numero 2 - Aprile 1995 - Scarica il file .pdf
Numero 3 - Maggio 1995 - Scarica il file .pdf
Numero 4 - Giugno 1995 - Scarica il file .pdf
Numero 5 - Luglio 1995 - Scarica il file .pdf

Numero 1

- Marzo 1995 -
Editoriale
Piazza disertata!
Quattro chiacchiere con... Jean Paul Francois, D.J.
Gli Articolo 31
C'era una volta il calcio

Inizio documento

Editoriale


La spinta alla comunicazione ha sempre fatto parte della natura umana. Comunicare freddi dati o le più profonde emozioni, l'esito di una battaglia o lo splendore di un tramonto. Comunicare agli altri quello che si ha dentro, cercando di farlo nel modo più appropriato, nel modo in cui ci sembra di riuscire meglio a trasmettere all'esterno quello che sentiamo. E i sistemi per farlo sono mille come mille sono le forme dell'arte in tutte le sue sfumature. Il colore può esprimersi meglio della forma?
La luce è più coinvolgente della melodia? Nessuno di noi può dirlo obiettivamente, prescindendo da quella che è la propria realtà interiore. La comunicazione assume tante sembianze, ma alla fine il suo scopo è sempre lo stesso: raggiungere quelle persone con le quali si vogliono e si possono condividere le proprie sensazioni riguardo alle esperienze vissute o solo conosciute. Con questi presupposti ci accingiamo a dar vita a quello che vuole essere il nostro mezzo per comunicare, quello che ci sembra più congeniale alle nostre attitudini e che ci permette di raggiungere il pubblico a noi più vicino per confrontare con esso analisi e rielaborazioni. Questo nostro giornale nasce con l'intento di dare più ampio respiro alle discussioni e riflessioni che sempre più frequentemente sorgono all'interno della nostra associazione; un'associazione che è presente nella nostra città da più di sei anni e che raccoglie studenti universitari di svariati corsi di laurea, studenti degli ultimi anni degli istituti superiori nonché giovani già impegnati in attività lavorative. Nel corso di questi anni la fondamentale funzione svolta dal nostro circolo è stata quella di aggregare i suoi componenti per poi coinvolgerli nelle più varie attività, quali l'organizzazione di escursioni di carattere naturalistico, veri e propri viaggi turistici e formativi, l'organizzazione di attività sportive e di attività e manifestazioni ludiche tra le quali quella probabilmente più conosciuta è la Caccia al Tesoro giunta ormai alla terza edizione, con un successo di pubblico sempre crescente. Dato che dall'aggregazione nasce sempre la discussione, la storia del nineteen club è caratterizzata da un gran numero di discussioni, aperte per caso e sfociate poi in dibattiti durati a lungo, sui temi che più toccano la nostra realtà quotidiana. L'arricchimento personale che ognuno di noi ha potuto rilevare in seguito al confronto con gli altri è indubbio ed è nostra ferma convinzione che l'allargamento della cerchia dei referenti non potrà che essere proficuo e, dunque, invitiamo sin d'ora i nostri lettori ad intervenire attivamente, per iscritto o di persona, all'analisi delle problematiche di volta in volta affrontate nel contesto del giornale. Nei nostri intenti rientra anche il tentativo di condividere con i lettori informazioni ed esperienze di carattere pratico, riguardanti ambiti diversi, accumulate dai vari componenti del club e dai suoi frequentatori più o meno abituali nel corso degli anni e che potrebbero essere utili a quanti fossero intenzionati ad intraprendere iniziative dello stesso genere. In buona sostanza proveremo a discutere su quegli argomenti e quelle esperienze che maggiormente coinvolgono i nostri concittadini più giovani e cercheremo di farlo nel miglior modo possibile. In conclusione un ringraziamento particolare va rivolto a quegli imprenditori che hanno creduto nella nostra iniziativa editoriale ed hanno cosí contribuito a sostenere lo sforzo necessario alla realizzazione del primo numero di Paulo Post.

Sergio Ostuni


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Piazza disertata!


Un arduo interrogativo si sta ponendo in questo periodo alle nostre riflessioni inerenti alle abitudini nostrane: Piazza Vittorio Emanuele risulta essere pressocchè deserta nelle ore serali ovvero boicottata dal popolo giovanile che l'ha tanto amata per intere generazioni. Dove ricercarne le motivazioni? L'affermazione mi sembra inopinabile, d'altronde basta fare una passeggiata intorno alle 22 in piazza in un giorno infrasettimanale per rendersi conto di ciò. Anche il Sabato e la Domenica l'afflusso è irrisorio rispetto a tutti gli altri anni. Quale monopolitano può dire di non aver passato serate in piazza a "strusciare le scarpe" almeno nel periodo dell' adolescenza. Ebbene una vera e propria inversione di tendenza è in atto. La ricerca delle cause di ciò vuole essere uno spunto anche per capire quali sono le abitudini della nostra gioventù. C'è da dire che Monopoli non è mai stato un paese dove la sera "ci si ritira" tardi, basti pensare al "gap" temporale che vanta la vicina Polignano a mare in termini di rincasata. Ma questo non vuole farci pensare che addirittura non si esca più. Certo ci sarà un aumento di chi preferisce poltrire davanti alla TV magari la Domenica sera munito di decoder sintonizzato su Tele+ ed è anche da comprendere in certe serate fredde. Ma crediamo soprattutto che ragazzi e ragazze abbiano trovato nuove abitudini e passatempi alternativi alla piazza al di fuori delle mura domestiche. Optare per una serata in un locale anche dei paesi limitrofi piuttosto che una monotona "uscita" in piazza riteniamo sia già un ....piccolo salto di qualità, segno di apertura mentale dei giovani; certo qualcuno potrebbe evidenziare la carenza di discoteche, pub e quant'altro ma non ci sentiamo di condividere una improduttiva lamentela atta a criticare quel poco di cui noi ragazzi disponiamo. Insomma chi non sa come impiegare il proprio tempo libero (magari quel poco di cui dispone) non è per la mancanza di stimoli esterni ma per la sua staticità fisica e mentale che lo rende un "pensionato" nonostante la sua giovane età. Intanto ultimamente hanno preso vita nuove associazioni culturali e club vari. Ci auguriamo che si rivelino prodighi di iniziative e manifestazioni a carattere sia culturale che puramente ludico al di fuori però delle logiche politiche che spesso le caratterizzano che portano l'individuo a sentirsi facente parte di un gruppo ristretto in colluttazione con chi la pensa diversamente da lui. A questo proposito ci sentiamo di affermare che la qualità di tali associazioni si misura in termini di eterogeneità dei propri frequentanti, dal punto di vista e sociale e ideologico. Cioè, è da evitare che alla piazza si sostituiscano locali a "classi chiuse". Esaurita la giornata di studio o di lavoro, uscire e darsi da fare magari per rendersi utili agli altri e in ogni caso essere quanto più aperti possibile a contatti con l'esterno in maniera dinamica e costruttiva ci sembra la maniera migliore per diventare adulti anche senza passeggiare in piazza.

Marco Diliberto


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Quattro chiacchiere con...

Jean Paul Francois D.J.

Cominciamo questa nostra rubrica, il cui scopo è quello di presentare i ragazzi più noti tra noi giovani del "Borgo", con chi condivide la nostra stessa passione, la musica, ma coltivandola, al fine di farne qualcosa di più di un semplice hobby. Jean Paul è noto per la sua abilità nel miscelare i dischi ed è grazie a ciò che ha potuto lavorare durante le estati passate nella discoteca "Malè" affianco a grandi nomi della Dance come Double Dee, Black Machine, etc.

- Allora Jean Paul come hai cominciato e come è nata questa passione?

- Ho cominciato 9 anni fa con l'intento di far divertire il popolo della notte nelle discoteche più di prestigio. Nei primi anni ho fatto esperienza presso l'"Hotel Gemini 2" allietando le cerimonie nunziali e contemporaneamente facevo le prime feste private. Dopo anni di dura gavetta, vincevo il concorso "Un DJ per il Malè" , riuscendo finalmente a lavorare nella famosa discoteca salentina.
- Nell'ambito della musica Dance tu preferisci l'Underground; vuoi spiegare ai profani cosa è, e perché la preferisci?
- Hai detto bene la preferisco perchè indubbiamente è più raffinata; tuttosommato però non disdegno totalmente la musica commerciale. L'Underground è una evoluzione della musica House, difficile da spiegare in poche parole. Diciamo che ricopre un panorama musicale molto ampio; varia da una House molto melodica con batteria e bassi profondi, ad un ritmo più marcato e con le tipiche sonorità dell'Underground (Vibe), fino ad arrivare a quella più ossessiva talvolta con dei cenni di musica Trance.
- Cosa pensi delle discoteche quale concentrato di alcool, droga e perdizione come molti attaccano?
- Ti posso dire con sincerità che in tanti anni di lavoro, pur essendo stato a contatto con gente che abusava di alcool o droghe, non mi sono mai fatto coinvolgere, perché ciò che realmente mi ha sempre interessato è la musica. Tutto sommato, comunque, la gente dedita alla perdizione si comporta in tal modo anche al di fuori delle Discoteche.
- Che consiglio vuoi dare a coloro che si apprestano ad intraprendere una attività come questa?
- Voglio solamente dire che al giorno d'oggi l'attività del DJ è anche legalmente riconosciuta e ben retribuita, ma diventare un DJ professionista è molto duro e necessita sempre di molto impegno, di un pizzico di fortuna e soprattutto devi spendere molti soldi!

Giuseppe Nico


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Gli Articolo 31 in concerto a Monopoli

Una serata alternativa a Monopoli
Con la serata di giovedí 9 febbraio 1995 al disco Pub "Bocca che balla" locale rivelazione dei giovani, gli Articolo 31 hanno concluso il tour in Puglia. Che la serata fosse diversa dalle altre lo si è capito fin dall'inizio; sarà stata forse l'occasione del concerto a rendere l'atmosfera del locale un po' più suggestiva rispetto al solito. Entrati nella sala, non ci sono tavoli solo un palco con le relative attrezzature ma comunque abbastanza gente da riempire il locale. Tutti sembrano aspettare qualcosa. L'attesa è ben presto soddisfatta. Un faro improvvisamente sposta lo sguardo sui personaggi della serata DJ Jad & J Ax sono loro: gli Articolo 31. Il concerto inizia con le abituali scretchate del DJ Jad mentre Ax introduce il primo brano della scaletta "Mr. Gilet di pelle". Con grande rapidità si sono susseguiti gli altri brani più o meno noti. Ma è con canzoni come "Ohi Maria", "Voglio una lurida" che gli Articolo 31 sono riusciti a coinvolgere entusiasticamente il pubblico pigiato sotto il palco. Lo spettacolo, strutturato con estrema semplicità, non è stato caratterizzato da grandissimi effetti speciali se si fa eccezione per alcuni bei giochi di luce. Tuttavia si pone come spazio interessante e coinvolgente anche se breve all'interno di una serata disimpegnata. Gli Articolo 31 non hanno la pretesa di essere un gruppo da stadio. Loro obiettivo è divertire e divertirsi e lo testimoniano soprattutto i testi leggeri, scanzonati e spesso a doppio senso dei loro rap e comunque nel loro genere si dimostrano decisamente all'altezza della situazione.

Marco Fontana


DJ Jad & J Ax: Gli Articolo 31

Sono appena terminate le prove dello spettacolo che li vedrà impegnati la sera stessa, che Jad & J Ax, dopo essere stati immortalati dalla macchina fotografica di due caparbi fans, ci raggiungono nella hall dell'Hotel Papillon per l'intervista; ne scaturirà una cordiale quanto interessante conversazione. I due rappers milanesi risponderanno a turno alle nostre domande, con la sicurezza di chi, raggiunta la notorietà, pur nella convinzione delle risposte, si trova a dover ripetere una lezione (ci confessano, infatti, che costantemente si trovano a dover essere sottoposti a raffiche di domande da parte degli "addetti ai lavori"). Tuttavia la loro affabilità denota una certa semplicità di chi non gongola per la fama raggiunta. Gli articolo 31 sono al momento fra gli special guests più richiesti nelle trasmissioni televisive e radiofoniche musicali,grazie al successo raggiunto con i due album" Strade di città" e " Messa di vespiri".
-Voi ripudiate il rap come tramite di messaggi politici al contrario di molti altri vostri colleghi quali Frankie Hi-NRG o 99 Posse; perché?
-J AX: Noi facciamo Hip Hop e a differenza di quelli che hai citato tu, parliamo di quello che interessa noi, la socialità che noi viviamo, senza fare politica e senza mascherarci. Siamo gli Articolo 31 e parliamo di noi stessi!.
-Ecco, come interpretano l'Hip Hop gli Articolo 31?
-JAD: l'Hip Hop è innanzitutto una cultura che è arrivata dagli Stati Uniti in Italia nei primi anni 80 a livello molto Underground; dell'Hip Hop ci sono molte sfaccettature: i graffiti, il ballo, l'abbigliamento, anche se non necessariamente vestirsi colorato vuol dire fare Hip Hop; puoi vestirti anche da ragioniere però se lo sei, lo sei e basta. L'abito non fa il monaco.
-Perchè il nome Articolo 31?
-JAD: E' un articolo della costituzione irlandese riguardante la libertà di parola dei media.
-Cosa vuol dire il titolo del vostro ultimo album"Messa di vespiri"?
-J AX: E' solamente un gioco di parole che spiega l'essenza del rap: messaggio, divertimento, spiritualità.
-Avete intenzione di andare in tour ,e quali città toccherete?
-JAD: Si! Partirà il nostro tour ma non sappiamo ancora le date, sarà all'incirca tra un paio di mesi.
-Cosa vogliono dire i vostri nomi DJ Jad & J Ax?
-JAD: Il mio non ha senso, il suo è un soprannome che gli hanno dato (J Ax: vero nome Alessandro Aleotti).


Giuseppe Nico


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C'era una volta il calcio a Monopoli...

Quel calcio fondato sulle ceneri della gloriosa "Audace", quel calcio organizzato e costruito con pazienza e non pochi sacrifici da un gruppo di universitari monopolitani, quel calcio giocato da ragazzi monopolitani. C'era una volta una squadra che non conosceva sconfitte che macinava chilometri, classifiche e avversari con la stessa regolarità di un orologio di precisione, una squadra, orgoglio dei monopolitani che il corriere dello sport, in un numero del 1969, aveva definito "La Fiorentina del sud". C'era una volta uno sport fatto di cose semplici e genuine, che aveva il potere di aggregare centinaia di sportivi, uno sport che, dopo una parentesi anonima dei primi anni ottanta, portava alla ribalta del calcio nazionale una città socialmente, economicamente e culturalmente evoluta come Monopoli. C'era una volta un tifo organizzato e un pubblico sportivo, caloroso e corretto a Monopoli, un pubblico sofisticato e dal palato fine, che si esaltava nel vedere la propria squadra confrontarsi con Inter, Sampdoria, Genoa, Roma, Lazio e Cagliari nell'ambito di un prestigioso torneo nazionale. C'era una volta uno stadio a Monopoli, più volte definito un gioiello, palcoscenico di indimenticabili sfide sportive, passerella di squadroni blasonati, rampa di lancio di giovani promesse quasi sempre mantenute. C'era una volta un personaggio bistrattato a Monopoli, personaggio più odiato che amato dai monopolitani, forse perchè monopolitano non lo era; un personaggio salito agli onori della cronaca nazionale per un programma satirico-sportivo, piuttosto che per la sua lotta contro l'indifferenza di chi era in dovere di aiutarlo e non lo ha fatto; un personaggio che in un memorabile Venerdí sera fece aprire gli sportelli di una banca per poter pagare in tempo i debiti della sua società, un personaggio capace di piangere per le sorti della sua squadra. Ebbene, oggi il calcio non abita più qui. Gli interessi e la curiosità si sono spostati altrove. Al Basket per esempio: stessa serie C, un altro Monopoli, un altro pallone, come qualcuno ha sostenuto.

Leonardo Barletta

Fine Numero 1

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Numero 2

- Aprile 1995 -
Internet. Il mondo a portata di computer
Dylan Dog. Moda effimera o specchio dei tempi?
Quattro chiacchiere con... Maurizio Lentini da Monopoli, Harleista
Londra. Una città non troppo lontana
Uno sport sempre in voga

Inizio documento

Internet. Il mondo a portata di computer


Da qualche tempo a questa parte, molto sovente, i mezzi di comunicazione ci propinano un nuovo prodotto informatico: l'Internet. Quasi sempre tale argomento è presentato in maniera fumosa e poco chiara agli occhi del profano della materia. L'Internet, come dice la parola stessa è una rete di comunicazione tra calcolatori che avvolge l'intero pianeta e che sta cercando di ramificarsi ulteriormente fino a diventare strumento indispensabile in ogni abitazione. Non è difficile intuire che tra qualche lustro non potrà che essere cosí e sicuramente ne trarranno benefici maggiori i primi fruitori di tale servizio. Fino ad ora la rete telematica è stata utilizzata soprattutto da Università, centri di ricerca o industriali; ma chiunque possieda un Personal Computer si rende conto della limitatezza del Software di cui dispone. Tramite Internet si può accedere a banche-dati, messaggerie, notizie, videogiochi, posta elettronica e informazioni di ogni genere messe a disposizione da chi è interessato a farlo e a sua volta l'utente può rendere accessibile ad altri il proprio Software. In altri paesi come gli Stati Uniti, più avanzati tecnologicamente di noi, la trasmissione avviene tramite fibre ottiche e non tramite cavo telefonico, a costi quindi inferiori consentendo oramai una diffusione capillare. Chi è interessato e possiede un computer (almeno con processore 486) quello che deve fare è acquistare un Modem e ricevere la Password da un centro InSip; agenzie specializzate (p.e. a Milano) mettono in collegamento con nodi in tutto il mondo al costo di una telefonata. Molto presto aprirà anche a Bari un nuovo nodo che consentirà di ridurre drasticamente i costi dalla Puglia. Proprio i costi costituiscono un aspetto non trascurabile, visto che anche venti minuti di collegamento potrebbero non essere sufficienti a trovare quello che si cerca, inoltre alcuni accessi sono consentiti a costo maggiorato che viene peraltro indicato. Ma in ogni caso il futuro va sicuramente verso una riduzione dei costi alla portata di tutti. Grosso eco hanno suscitato recenti intrusioni in banche dati ad accesso non consentito come quanto avvenuto ad opera di uno studente dell'Aquila che è riuscito a "penetrare" nel Pentagono, fino ad accedere alla cartella clinica del Presidente degli Stati Uniti. Tutto ciò contribuisce a rendere affascinante l'inesplorato mondo delle autostrade informatiche.

Marco Diliberto


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DylanDog.
Moda effimera o specchio dei tempi?


Nella storia dei fumetti è difficile rintracciare un fenomeno simile a Dylan Dog. Un personaggio cosí incredibilmente inserito nella complessa realtà attuale del mondo occidentale e contemporaneamente cosí contrapposto ad essa. Un uomo che ha votato la sua vita all'entrare negli incubi degli altri, forse più per riuscire a sfuggire ai propri che per capirli meglio. Dylan sfugge ed inganna la morte che gli è sempre a fianco ma fa lo stesso anche con quello che è il nemico che ormai insidia noi tutti: la noia. Persone di tutte le età ritrovano in questa lotta, a volte anche troppo grottesca, i loro desideri contrapposti a quel terribile trascinarsi ogni giorno nello stesso modo ed ogni giorno con sempre più fatica. E' bello poter trovare in un personaggio immaginario la realizzazione virtuale dei propri desideri, la soluzione tanto cercata ai problemi quotidiani. Nelle storie dell'indagatore dell'incubo vi è anche una duplicazione di questo fenomeno di ricerca di una via di fuga nell'arte o comunque nella fantasia. Infatti è frequente riconoscere tra le pagine richiami più o meno evidenti a grandi opere letterarie o a temi musicali e canzoni che fanno parte del bagaglio culturale di noi tutti; espressioni d'arte che aiutano il protagonista ad andare avanti nonostante tutto, nonostante il mondo. Leggendo Dylan Dog si è costretti a fronteggiare ancora una volta le proprie paure ed i propri sogni, illudendosi per una ventina di minuti di avere le armi adatte a vincere il combattimento con essi ingaggiato. Dylan fa quello che molti vorrebbero fare senza però averne la forza o la possibilità. Fondamentale nella comprensione del personaggio è il suo atteggiamento di rigetto nei confronti dei progressi tecnologici, che si rifiuta di riconoscere come tali e che, in più di una occasione, definisce come nuove forme di magia. Una visione del mondo più legata alla naturalità ed alla spiritualità sembra convincere maggiormente il nostro protagonista, piuttosto che una volta alla fredda razionalizzazione di tutto (visione del resto incarnata dal suo amico ispettore, pronto a trovare per ogni fenomeno spiegazioni logiche, anche se chiaramente false, pur di evitare il confronto con l'inspiegabile). In fin dei conti Dylan Dog è un romantico costretto a vivere in un mondo non suo, e perciò costretto ad adeguarsi senza cambiare, cercando di sopravvivere con un po' di ironia ed un po' di coraggio. Ed è più facile per il lettore identificarsi in un personaggio che vive un continuo conflitto con il mondo che lo circonda, con molti difetti e fobie (è quasi incredibile la sua paura di volare ed è del tutto in contrasto con la sua professione il terrore dei pipistrelli). Inoltre Dylan Dog, antieroe e non superuomo, è più simile ad una persona comune che ad un personaggio imbattibile ed invulnerabile, basti del resto pensare alla enorme quantità di ferite e contusioni racimolate nel corso delle sue avventure, e che dire del suo tremendo mal di mare, debolezza che non sarebbe mai stata concessa a nessuno degli eroi di stampo "tradizionale". Probabilmente questo suo essere simile al lettore comune, pur restando una creatura del tutto particolare, è uno dei principali motivi del suo successo. Del resto anche un esperto di eroi come Steven Spielberg ci ha insegnato che il tipo di personaggio che meglio coinvolge il pubblico è quello che riesce a vincere con le sue forze, anche avendo collezionato botte di ogni tipo lungo il cammino e riuscendo a superare le più profonde ed inconsce paure che fanno parte della nostra natura.

Sergio Ostuni


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Quattro chiacchiere con...
Maurizio Lentini da Monopoli, Harleista


Il rombo di una moto è sempre stato un motivo d'attrazione per tutti noi ragazzi. Chi, infatti, uomo o donna che sia, non si è mai voltato all'udire un rumore cosí fastidioso ed assordante, ma allo stesso tempo fattore scatenante di sogni tanto inebrianti quanto avventurosi? Il fascino di una moto di grossa cilindrata è indiscutibile, cosí come possederla sembra ormai un must per noi giovani, forse sotto l'influenza di figure come il Luke Renegade interpretato nell'omonima serie televisiva da Lorenzo Lamas, sempre in groppa alla sua inseparabile Harley. Infatti questa serie di custom costruiti negli Stati Uniti dal 1903, rappresenta l'acme per gli appassionati delle due ruote, tanto è vero che gli stessi 883, ragazzi come noi, prendono il nome proprio da uno dei modelli della casa costruttrice americana. Maurizio, oggi comproprietario di un pub, luogo di ritrovo degli harleisti monopolitani, sin da giovanissimo ha coltivato il desiderio di una cosí imponente motocicletta e dopo non pochi sacrifici è riuscito a far sua una HD mod. FXSTC.
Come è nata e come si è evoluta questa passione?
Già ero patito delle biciclette e facevo di tutto per renderle rumorose mettendo delle lamiere sui raggi e cubetti di ghiaccio nel telaio per simulare fuoriuscite d'olio. Sono partito da un modesto 50cc per arrivare ad un 1540.
Ritieni che possedere una Harley sia un trend destinato a scomparire, oppure si diffonderà maggiormente?
Purtroppo si diffonderà maggiormente, anche se i veri centauri sono pochi, anzi pochissimi. Oggigiorno, infatti, la maggior parte degli harleisti sono posatori e il noto slogan "Live to Ride" si è trasformato in "Bar to Bar"!
Cosa vuoi dire alla gente che vi giudica per il vostro look, tutto cuoio e ferro?
Cuoio e ferro ci servono per proteggerci contro eventuali cadute ed intemperie. La gente è influenzata erroneamente dalla maggior parte dei film che rappresentano i motociclisti come gente violenta e spregiudicata. In realtà anche noi sciupiamo la nostra vita lavorando e lavorando.
Come si svolge la giornata tipo per un harleista?
Si aspetta la domenica per incontrarsi con i fratelli delle varie provincie e più kilometri si fanno meglio è, pur di trascorrere il maggior tempo possibile in sella alle nostre moto. In fin dei conti è proprio dura la vita del cow-boy!

Giuseppe Nico


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Londra. Una città non troppo lontana.


Un lavoro e l'opportunità di perfezionare l'inglese sono le possibilità offerte dalla più grande metropoli del Regno Unito. A noi tutti sembra cosí lontana, con le sue 1500 miglia di distanza, ma in realtà l'apparenza inganna. Dopo solo tre ore di volo ci si trova immersi in un mondo frenetico, impostato sulla produttività con più interesse sul lavoro. Londra si presenta come una società multirazziale perfettamente integrata in un giro d'affari mondiale, dove appunto, il lavoro trova un posto primario. La maggiore preoccupazione dello stato è di annullare la disoccupazione incrementando e sviluppando aziende di servizi. Ne sono dimostrazione i famosi "Job Centre". Una società avanzata fondata sul diritto naturale di lavorare, dove tutti gli uomini di differenti razze possono cooperare. Ma voi direte, come può interessare tutto questo a me che sono un giovane monopolitano senza lavoro? Può interessarvi aprendovi una porta nuova che giovani di tutta l'europa stanno ormai attraversando da tempo. Numerose sono le agenzie che si occupano di trovare un lavoro e, di queste, molte sono italiane, a significare che sempre più giovani italiani stanno cercando altrove una possibilità. All' inizio non è facile il take off, specialmente per chi non ha molta esperienza con la lingua locale, e bisogna accontentarsi di lavorare in qualche ristorante. Una volta acquistata la padronanza dell'inglese e con un titolo di studio superiore, si può anche aspirare a diventare manager di qualche piccola compagnia. Per iniziare con il lavoro potrete rivolgervi alle agenzie italiane in Covent Garden o in Victoria Place, le quali vi assicurano un posto in qualche ristorante o pub, comunque ottimamente retribuito. Non sono indispensabili ma preferibili delle esperienze di lavoro in Italia, magari documentate. Certo, come ho già detto, l'inizio non è facile ma ,se sarete determinati, riuscirete nell'intento e quando tornerete in Italia avrete sicuramente fatto un'ottima esperienza ed avrete appreso una lingua straniera. L'organizzazione londinese, conscia dei bisogni dei giovani lavoratori stranieri ha creato case alloggio dove si convive con ragazzi provenienti da tutto il mondo. Il prezzo di questi alloggi non è molto alto rispetto al servizio di qualità che offrono. Tutti possono cimentarsi in questa prova e spero che anche voi di Monopoli possiate entrare a far parte di una comunità multirazziale a "porte aperte".

Vincenzo Navach


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Uno sport sempre in voga.


Il C.C. Pro-Monopoli compie 90 anni.

A chi, come me, piace leggere la storia di Monopoli attraverso ritratti ed immagini d'epoca, potrà capitare un giorno di trovarsi tra le mani quella foto che ritrae nelle acque del porto, accanto a un gruppo di pescatori al lavoro, dei ragazzi che si inarcano sui remi di una bella barca sportiva. Scene di vita quotidiana difficili da datare con precisione, possiamo però provare a collocare storicamente la nascita del canottaggio a Monopoli. Le fonti più attendibili parlano di un lontano aprile 1905, anno in cui la felice intuizione di giovani studenti monopolitani portò alla fondazione del Circolo Canottieri Pro Monopoli. Geniale intuizione, potremmo dire, se è vero che in novanta anni di attività il nome della città è stato più volte portato agli onori della ribalta nazionale ed internazionale. Gli amanti dei numeri e delle statistiche dovrebbero sapere che la prima gara ufficiale è datata 13 agosto 1906, in occasione dei festeggiamenti della Madonna della Madia, e vide la partecipazione di una imbarcazione costruita nei cantieri Saponara di Monopoli e costata 150 lire. La prima jole a quattro, costruita a Bari costò 600 lire; risale al 1907 il prezioso stendardo sociale ricamato a mano da signorine monopolitane e ancora oggi custodito gelosamente in sede. Il 1926 vede la fondazione della sezione femminile del circolo con 96 iscritte. Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che presso il circolo venivano in passato praticate altre attività sportive: la scherma, ad esempio, la ginnastica, addirittura l'automobilismo, con i fratelli Siciliani campioni d'Italia e vincitori di vari trofei nei circuiti di Tripoli e nel giro d'Italia. Il breve spazio a disposizione non ci permette di ricordare e di elencare tutte le vittorie ottenute negli anni dagli equipaggi del circolo; menzioniamo la coppa d'oro del Re del 1923, i vari titoli nazionali delle varie categorie dal 1925 ad oggi, i diplomi di benemerenza del CONI del 1964 e 1983, la stella di bronzo al merito sportivo del 1982; il resto è storia dei nostri giorni, con gli innumerevoli ottimi piazzamenti ottenuti sia a livello regionale che nazionale. E' confortante sapere che, nonostante il canottaggio moderno abbia esasperato talune richieste nei riguardi degli atleti e degli scafi, richiedendo la combinazione di perfezione tecnica e fisica, negli ultimi anni c'è stato un buon ritorno dei giovani monopolitani verso questo sport, rimasto fuori (qualcuno aggiunge "fortunatamente") dal giro professionistico. Che la tradizione continui...

Leonardo Barletta


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Fine Numero 2

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Numero 3

- Maggio 1995 -
Andare oltre
Quattro chiacchiere con... Domenico, lavavetri
La naja può non essere una noia?
Il Karate, uno sport dalle antiche tradizioni
C'era una volta la palla ovale

Inizio documento

Andare oltre.

L'idea che Monopoli sia una piccola isola felice, nella quale il consumo di droghe, in particolare di quelle leggere, sia relegato a parti emarginate della società, è una illusione coltivata ormai soltanto da qualche adulto "sprovveduto" (l'unica conferma rassicurante può forse essere l'effettiva scarsa diffusione delle nuove, pericolosissime, droghe sintetiche, il cui mercato principale è, per ora, localizzato nel centro-nord dell'Italia). Credo che la quasi totalità delle persone tra i quindici ed i trent'anni abbia avuto contatti diretti od indiretti con il fenomeno in questione. La convinzione che le "canne" siano qualcosa di lontano, solitamente svanisce nei primi anni della scuola superiore. Ci si rende presto conto di quanto l'abitudine sia diffusa e come per molti sia ormai un rito quotidiano (come ad esempio sbandierato dagli "Articolo 31" nella loro "Ohi Maria!" dove Maria altro non sta che per marijuana). Quello che personalmente mi ha sempre interessato è il capire cosa spinga all'utilizzo di stupefacenti, possibilmente evitando di cadere nell'inutile retorica di chi accusa la mancanza di valori o un'educazione troppo permissiva da parte delle famiglie. Molto più probabilmente è il bisogno di andare oltre, di uscire dalla monotonia, il rifiuto delle convenzioni e delle regole che porta alla ricerca di mezzi di fuga, di elementi di rottura. Credo che chiunque abbia sentito, almeno una volta nella vita, che l'ambiente circostante cominciava ad andargli stretto e di conseguenza abbia provato la necessità di vivere sensazioni nuove. Ed è facile rendersi conto di quante possano essere le vie per superare i limiti. L'alcool può servire a dimenticare per un po' un periodo negativo o può liberarci dalle inibizioni divenute insopportabili, e chiunque si sia preso una sbronza può confermare che, almeno fino a quando lo stomaco regge, si vive un bel po' oltre i canoni. L'haschisch e la marijuana hanno probabilmente la stessa facoltà e trasportano la mente ancora più distante dalla vita di tutti i giorni. E quando questa diviene un macigno che non si riesce più a sopportare in nessun modo, è probabile la ricerca di qualcosa che porti ancora più lontano. Sembra però che dopo qualche tempo, mesi ma anche anni, la droga perda questo suo potere di allontanare la mente dalla noia quotidiana e si trasformi essa stessa in una routine priva di nuove emozioni. L'assuefazione fisica porta a ritenere lo "sballo" come stato normale, dal quale si cerca di fuggire con dosi sempre più massicce di droga. La mia è un'impressione forzatamente imperfetta perché avuta da chi non si è mai spinto oltre la sbronza; dunque un'impressione mediata da amici che hanno invece ritenuto che lo spinello fosse il modo migliore per andare oltre. Può darsi che la mia idea sia sbagliata, o che riguardi solo una parte di coloro che utilizzano stupefacenti, può anche essere che ci sia chi riesce a considerare la droga come un fattore di distacco sufficientemente forte anche dopo un utilizzo prolungato nel tempo, ma almeno di una cosa sono convinto: la ricerca di nuove sensazioni può, anzi deve, essere sempre presente purché si eviti la sua trasformazione in un incubo peggiore di quello dal quale si è cercato di fuggire. Infatti una cosa è correre dei rischi, anche mortali, per il gusto di provare forti scariche di adrenalina, ed un'altra è il danneggiare sempre più il proprio corpo per provare sensazioni vissute e stravissute.

Sergio Ostuni


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Quattro chiacchiere con...
Domenico, lavavetri

E' sicuramente uno dei volti più noti fra i cittadini monopolitani, non solo tra noi ragazzi, ma anche tra gli adulti che giornalmente circolano in auto tra le vie del paese; non è, però, nè un personaggio politico o sportivo, nè un componente del "jet-set di casa nostra", ma solo un umile lavavetri che arrotonda i suoi introiti questuando, e che risponde al nome di Domenico Malerba. Vi sarà certamente capitato, infatti, fermi all'incrocio di via A. Pesce con viale Aldo Moro, in attesa che scatti il verde, di essere stati avvicinati da lui: "Una pulitina, se non hai soldi me li darai dopo", oppure, passeggiando in piazza: "Oh, ragazzi, qualche spicciolo, una mille lire in più?". Personalmente qualche soldo, a Domenico, lo do sempre e volentieri, ed esorto anche voi a farlo perché questi non si spinga a gesti inconsulti, considerando la sua condizione di estremo disagio. Del resto la sua affabilità è sprone per una buona azione quotidiana. Un giorno ho fermato Domenico per sapere qualche cosa in più di lui.
Come passi una tua giornata-tipo?
Mi alzo, mia madre mi fa il caffè, vado in bagno, fumo una sigaretta e vado a lavorare. Alle 12 e mezza torno a casa a mangiare; sto fino all'una e poi vado in mezzo agli amici, faccio un po' di colletta, chiedo qualche soldo per arrotondare un poco, e torno a casa.
Ci racconti di quella volta che dormisti al cimitero?
Quella volta ero senza casa; un'amico si dispiaceva, e mi regalò un bel sacco a pelo e dormii lí per un mese; una sera andai sotto l'albero dove lo mettevo sempre e non lo trovai più: se lo erano rubato! Iniziai a bestemmiare, poi pensai di andare al campo santo, dove ci sono quelle cappelle; mi misi in una di quelle casucce (un loculo n.d.r.): salii una scala, misi dei cartoni e dormii fino alla mattina. Poi sentii un rumore, pensai che avevano messo qualche morto vivo sotto, e che dava calci alla cassa. Mi affacciai e vidi che stava mettendo i fiori alla tomba sotto; come mi vide si mise a gridare: "un morto si è svegliato"; buttò i fiori a terra e se ne scappò togliendomi la scala da sotto. Io pure gridai: "Vieni qua, lasciami la scala, che devo scendere", ma questa, niente, se ne scappò. Mi svegliai all'ospedale perché caddi a terra mentre facevo per scendere.
Quanti vetri lavi al giorno, e quanti soldi racimoli?
Cinquanta, sessanta mila lire: chi mi dà mille lire, chi mille e trecento, chi mille e cinquecento; dipende no...
Che rapporto hai con vigili Carabinieri e Polizia?
All'inizio mi hanno voluto cacciare, poi hanno visto che non avevo un lavoro alternativo e mi hanno lasciato stare; ma ora non sto lavorando perché ho avuto una frattura.

Giuseppe Nico


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La naja può non essere una noia?

Tutti i ragazzi al compimento del loro diciottesimo anno di età, ricevono in dono dallo Stato il diritto di voto, la possibilità di condurre un automobile e, forse non molto apprezzato, un viaggio lungo un anno in una caserma italiana. Sicuramente tutti, o quasi tutti, vorrebbero rinunciare a questo regalo, ma accettando i diritti di cittadini italiani bisogna anche accettarne i doveri. Dal momento "magico" dell'arrivo della fatidica cartolina di convocazione alla visita medica, un problema si aggiunge alla lista dei già esistenti. Da allora ci si inizia a preoccupare sul "quando lo farò" e "come lo farò". Prestare il servizio militare vicino casa, in una comoda caserma, magari in un tranquillo ufficio trascorrendo tutti i week-end nel proprio letto può non essere un sogno irrealizzabile. Ma alla fine di un anno trascorso in questo modo, i neo-congedati, tornati nelle loro "vicine" case, avranno poi imparato qualcosa in più? In fondo tutta la nostra vita è una scuola, e non si finisce mai di imparare. Perché allora dovremmo sospendere le lezioni per un anno? La colpa di questa sospensione sarà soltanto imputabile agli stessi congedati, i quali durante il loro anno trascorso in comodità, non avranno saputo sfruttare al meglio quella che è comunque un'occasione per confrontarsi con se stessi. Un'alternativa comunque esiste ed è unica e molto faticosa. Trascorrere un anno di vita fatto di privazioni e sacrifici senza neanche la più piccola gratificazione, vedendo casa solo poche volte può apparire stupido, ma in realtà non lo è. Questo trattamento "regale" aiuta a capire che il mondo in cui viviamo non è fatto solo di spensieratezza e che bisogna contare sulle proprie forze per riuscire a superare ogni ostacolo. La possibilità di misurarsi con pericoli reali e psicologici, permetterà di acquisire quella sicurezza interiore che, nella vita civile, potrà consentire la conquista di una posizione sociale ottenibile soltanto con il sacrificio. Sono ad esempio corpi militari come i paracadutisti o il battaglione San Marco ad impartire un addestramento estremamente rigoroso; non per niente sono stati proprio questi reparti ad essere impiegati nelle operazioni in Medio Oriente, Somalia e Ruanda. Dunque soltanto coloro che avranno scelto questo secondo modo di vivere la naja potranno affermare che il militare non è un anno perso. La scelta tra i due differenti modi di prestare il servizio di leva è difficile e necessita di molta riflessione, poiché un ripensamento renderebbe quell'anno interminabile e assurdo da accettare. Un' ultima considerazione è d'obbligo: la via più facile è sempre la più affollata e la più corta e quasi sempre la più sbagliata. Certamente un sacrificio lascerà un ricordo più profondo di un momento spensierato e sarà punto di partenza per quelli che saranno i problemi della vita reale.

Vincenzo Navach


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Il Karate.
Una disciplina dalle antiche tradizioni.

Il karate, che in questi ultimi anni ha raggiunto vertici di grande diffusione e che proviene dal Giappone, ha le sue origini radicate nel substrato culturale dell'Asia tutta, dove da sempre è esistito l'uso di combattere corpo a corpo usando le gambe e le braccia in perfetta sincronia. E' stato dimostrato dagli studiosi di arti marziali orientali che il karate trova le sue origini nel metodo di lotta sviluppato da una casta militare dell'antica India. In seguito ebbe modo di diffondersi dapprima in Cina, tra le varie sette buddiste, e successivamente a causa delle sanguinose guerre fra Cina e Giappone approdò nell'arcipelago nipponico. La nascita di vere e proprie scuole di karate, di cui si ha testimonianza certa, avvenne ad Okinawa in cui si affermarono tre scuole fondamentali. Cosí in Giappone tra il XVIII e il XIX secolo il karate-do (la via delle mani vuote), unitamente ad altre arti marziali, si diffuse a macchia d'olio coinvolgendo non solo la classe dei samurai, facenti parte dell'alta società, ma anche tutto lo strato ad essa inferiore. Tuttavia l'introduzione delle armi da fuoco, il reclutamento dei fanti, le grandi guerre di manovra avevano reso anacronistica, pertanto inefficace, non determinante, la lotta corpo a corpo negli scontri. Le arti marziali cosí spostarono il loro bersaglio: anzichè avere come fine immediato la vittoria sull'avversario, la conoscenza dell'arte doveva servire per il miglioramento del carattere umano per una sua elevazione spirituale. E' questo l'anello della lunga catena di trasformazioni, alla quale si riallacciano tutte le palestre di karate dei tempi nostri. Quella che era un'arte marziale si è trasformata, conservando tuttavia ogni posizione e tecnica di attacco, in una disciplina sportiva articolata in tre parti: kihon (fondamentali), kata (prosecuzione di tecniche contro avversari immaginari) e Kumite (il vero e proprio combattimento). Ogni atleta può quindi specializzarsi in uno dei due rami in base alle proprie caratteristiche fisiche o ai risultati che soggettivamente intende raggiungere. Per quanto mi riguarda, quale giovane agonista, unitamente ad altri atleti monopolitani appassionati di kumite, avendo scelto la via più dura per l'affermazione in questo sport, posso sostenere che il karate dona al praticante un senso di cosciente sicurezza se unito ad una eccellente preparazione fisica. Nella nostra realtà monopolitana l'unica scuola di karate approvata dal CONI è quella del maestro Francesco Pilagatti (cintura nera IVÝ dan) il quale da più di 10 anni insegna questo sport riuscendo peraltro ad ottenere dai suoi atleti risultati più che brillanti, avendo collezionato ottimi risultati a livello regionale, nazionale ed anche internazionale. Il gruppo degli agonisti, in continuo aumento grazie ad un vivaio seguito anch'esso in maniera egregia, si sta preparando per partecipare ai Giochi del Mediterraneo che si svolgeranno a Bari negli ultimi giorni di maggio. Voglio sperare che anche questa volta lo spirito di sacrificio e la concentrazione da sempre insegnataci dal maestro abbiano la meglio su antagonisti che si presume abbiano notevoli qualità di preparazione. La disciplina sportiva di cui ho parlato, riassumendo in sè il carattere di una vera e propria filosofia, che persegue come finalità essenziale l'equilibrio psico-fisico, può essere praticata a qualsiasi età, non essendo necessario giungere all'agonismo. Quindi uno sport valido per tutti dai 4 ai 90 anni!

Daniele Diomede


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C'era una volta la palla ovale

Sono passati ormai tre anni dall'ultima partita del defunto Rugby Club Monopoli ma la voglia di giocare, di "far vivere la palla", come si usa dire tra rugbisti, continua a pulsare nel cuore dei pochi superstiti di quella che è stata una bella pagina nella storia dell'ormai asfittico sport monopolitano. Dieci anni di attività nei quali i rugbisti bianco-verdi hanno saputo costruire una società viva che sia a livello giovanile, sia senior (leggasi C/2 e C/1), è sempre stata ai massimi livelli di categoria. Eppure, oggi, passando nei pressi del campo di via Procaccia solo il rudere della macchina da mischia abbandonata e ormai preda delle erbacce, ricorda le battaglie che un giorno si disputavano su quella parvenza di campo. Per quanto mi riguarda il ricordo di quei momenti di sana esaltazione sportiva è indelebilmente segnato dalla delusione di decine di porte chiuse in faccia da parte di imprenditori troppo affaccendati e amministratori pubblici troppo poco interessati ad uno sport fatto di soli giocatori e privo di quelle decine di migliaia di spettatori "votanti". A questo punto non ci resta altro che sperare nel sopracitato generosissimo cuore dei rugbisti monopolitani, non ex rugbisti ma rugbisti a tutti gli effetti anche se non praticanti, per dare corpo alle speranze di rivedere presto, su quel desolato terreno di gioco, ancora una volta, quindici ragazzi monopolitani felici di giocare per i colori della propria città ad un gioco ricco di tradizioni e di valori morali unici ed inimitabili, propri di uno sport dilettantistico non solo nelle parole.

Massimo Lapertosa


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Fine Numero 3

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Numero 4

- Giugno 1995 -
Spiagge in pericolo
Una Maturità più matura
Quattro chiacchiere con... Sante Rossetti, creativo
Sui sentieri della natura
I giochi dei grandi: The Role Play
Mare e vela. Scuola di vita.

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Spiagge in pericolo.

L'estate è ormai alle porte, tra un po' tutte le situazioni tipiche della stagione cominceranno a ripresentarsi con nostro immenso piacere. Il caldo, il mare, i locali all'aperto, i viaggi e tutto il resto immancabilmente arriveranno a riempire le nostre giornate. Ogni anno il copione è lo stesso, i protagonisti magari si scambieranno i ruoli, ma alla fine lo spettacolo sarà l'ennesima gioiosa replica dell'originale creato chissà quando. Tra tutte le tradizioni che di anno in anno riscopriamo con rinnovato entusiasmo ci sono anche gli improperi, verso non si sa bene chi, per la sporcizia che caratterizza immancabilmente i nostri litorali. Si arriva in spiaggia, si osserva la distesa di bottiglie di plastica, lattine, cartacce e via dicendo e si comincia ad inveire contro l'amministrazione comunale che non ha provveduto a spazzare i detriti portati dal mare nel corso dell'inverno. Ma in realtà, ogni tanto, la nettezza urbana si occupa di ripulire le spiagge destinate al nostro divertimento e relax; i rifiuti portati dall'acqua nel corso della stagione fredda vengono rimossi, ma questo non implica che le spiagge rimangano pulite per molto. Infatti le orde di bagnanti riescono, in tempi brevissimi a ricoprire nuovamente la sabbia di immondizie di ogni specie e natura, nonostante la sempre vituperata amministrazione comunale abbia avuto la semplice e doverosa iniziativa di sistemare, in quantità notevoli, cestini per la loro raccolta. Certo si potrà obiettare che una più incisiva e frequente opera della nettezza urbana condurrebbe ad una situazione perlomeno accettabile, ma pulirsi la coscienza non è cosí facile. La causa di tanto degrado è imputabile in via praticamente esclusiva alla scarsissima attenzione della quasi totalità dei frequentatori di spiagge e litorali. In realtà sarebbe sufficiente seguire una serie di semplicissime regole di comportamento per ottenere risultati stupefacenti. Ci rendiamo tutti conto che, quando si giace sotto il sole, con temperature altissime, anche i dieci passi necessari a raggiungere un cestino portarifiuti possono apparire più faticosi di una maratona. Ma nel momento in cui ci si alza per andar via e si transita a pochi metri dai cestini, cosa costerebbe portare con sè la lattina vuota o la carta del gelato? Credo davvero pochissimo, ma è necessario pensarci. Anche di sera, comunque, i momenti per insudiciare la sabbia sono molteplici. Chi di noi non ha mai organizzato una "anguriata" in spiaggia, con il classico fuoco ed il bagno di mezzanotte? Beh, alla fine di momenti cosí spensierati e divertenti si è purtroppo soliti lasciare sul posto davvero di tutto: a cominciare dalle bucce delle immancabili angurie, alle bottiglie di birra, fino ai carboni del fuoco. Ma anche qui, limitare al minimo i danni non costerebbe quasi alcuna fatica. Basterebbe infatti rimettere tutto negli stessi sacchetti di plastica con cui le vivande erano state trasportate, e poi buttare le buste, a fine serata, nei soliti cestini. Certo non sarà possibile rimuovere i carboni del fuoco, ma la sabbia si mescolerà più facilmente ad essi che ad una scorza di anguria o ad una bottiglia di Ceres. Un discorso a parte meritano i fumatori i quali, essendo vittime di un vizio, probabilmente non si rendono neanche conto di ciò che combinano lasciando i mozziconi di sigaretta nella sabbia. Non so se ve ne siete accorti, ma in certe zone costiere ci sono più mozziconi che conchiglie, e il fatto che abbiano un colore simile a quello della sabbia non è che serva molto a mimetizzarle. Probabilmente la soluzione a questo problema è molto semplice in teoria, ma inattuabile in pratica. Sarebbe infatti sufficiente l'utilizzo di posacenere usa e getta, ripiegabili, di alluminio o di cartone, da gettare successivamente nella spazzatura; ma è molto difficile che un fumatore rinunci al piacere di lanciare la propria sigaretta esaurita nella distesa di sabbia che lo circonda. Ottenere tutto questo, è senza dubbio molto più difficile che parlarne; ed è per questo motivo che sarebbe opportuno anche l'organizzazione più frequente di operazioni volontarie di pulizia delle spiagge, da parte non soltanto delle associazioni ambientaliste (che solo sporadicamente hanno messo in atto manifestazioni del genere), ma da parte di tutte quelle associazioni e quelle persone che hanno a cuore tali questioni, ma che troppo spesso hanno demandato ad altri il compito di risolverle. Siamo, del resto, noi soci del 19club i primi ad ammettere di non aver fatto quasi nulla al riguardo, se non l'aver seguito alcune delle semplici abitudini sopra elencate. Ci riproponiamo dunque di intervenire più attivamente nella questione, nel tentativo di sensibilizzare all'argomento il maggior numero di persone e confidiamo, per questo, nell'aiuto di quanti si reputino rispettosi dell'ambiente.

Sergio Ostuni


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Una maturità più matura

Gli esami di maturità rappresentano un momento di vita comune a molti ragazzi. L'atmosfera che vi aleggia è differente prima, durante e dopo che si è affrontata la prova. Come in tutte le situazioni, infatti, ognuno si pone nei confronti degli esami in maniera diversa e secondo la propria personalità, ma anche in relazione alla scuola di frequenza e al metodo di studio adottato nel corso degli anni. Le tipologie di comportamento sono varie ma ricorrenti: c'è il classico "secchione", che studia in maniera martellante giorno dopo giorno sin dalla comunicazione delle materie; c'è chi invece ripete i programmi in maniera intelligente, matura e soprattutto non stressante; c'è poi il "menefreghista", che può essere tale nei confronti della scuola in generale, o nei confronti degli esami, perché "con le spalle coperte". Alcuni ragazzi sono estremamente apprensivi, vedono gli esami come uno scoglio insormontabile, li considerano esageratamente la peggiore difficoltà della vita (perché ancora non ne hanno sperimentate altre!): sono quelli che cadono in preda a scenate, pianti, urla e svenimenti. Altri sono tranquilli, soprattutto se hanno la coscienza pulita e se vivono gli esami con la serenità di chi ha studiato ed ha compiuto il proprio dovere. Dalla televisione appresi che esistono "sette regole d'oro" per la maturità. Non servono undici ore di studio, Bignami, libretti e librettini, se poi la memoria va via tra le nuvole. Alcune regole in proposito, se osservate con rigore, possono aiutare la materia grigia molto più delle ripetizioni o di alchemici psicofarmaci. Il professor Liborio Parrino, studioso del "Centro del Sonno" dell'Università di Parma, ne è convinto. Questi i sette comandamenti per potenziare le capacità di attenzione: avere una sufficiente motivazione allo studio; dormire molto; fumare il meno possibile; non eliminare altre attività "ricreative", soprattutto quelle fisiche; non esagerare con i caffè non indugiare nello "zapping" (il cambio frenetico del canale con il telecomando); niente farmaci aiutamemoria; e infine imporsi almeno uno straccio di programma di lavoro. Tuttavia, mi arrogherei il diritto, in questa sede, di azzardare alcune "regole d'oro" anche per i professori, per le commissioni d'esame: non avere pregiudizi nei confronti dei ragazzi o della scuola di appartenenza, non entrare nel gioco delle raccomandazioni (regola inderogabile che vale anche, anzi soprattutto, per i ragazzi), prestare attenzione non solo all'esame in sé e per sé, ma anche ai curricula studii, essere corretti durante il colloquio, non mettendo in difficoltà l'esaminato e prestandovi attenzione e interesse. Queste le frasi più ricorrenti sugli esami, in bocca agli stessi professori e presidi, e agli alunni che li hanno già vissuti: "gli esami sono un terno al lotto", "è tutta questione di fortuna", "non ti aspettare niente dagli esami, solo una delusione". Ciò fa molto soffrire e innervosire chi vede le prove maturitarie come la conclusione e il coronamento di cinque anni di studio serio e si aspetta di essere esaminato e giudicato in modo serio e limpido. Forti delle esperienze passate, che hanno visto sulla scena commissioni incompetenti e pregiudicanti, episodi che esulavano dal compito di far seguire a un esame di Stato il suo corso legale, e che hanno visto come conseguenza ricorsi vari e apparizioni sui quotidiani, molti sono portati ad affermare che gli esami di maturità siano solo "una presa in giro". Tuttavia io, che sono una maturanda, ho ancora la speranza che si possa e si debba offrire all'alunno un'esaminazione blanda e corretta, in vista di una crescita migliore della società e della mentalità future. Per dirla con una frase topica di Sant'Agostino: errare humanum est, perseverare autem diabolicum; e l'uomo del duemila purtroppo è portato a perseverare ormai da tempo.

Mirangela Lacatena


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Quattro chiacchiere con...

Sante Rossetti. Creativo, operatore di spettacolo e cultura.

Oltre uno scenario composto da una folla rivendicante il fulgore economico e sociale di un tempo e da una schiera di personalità nascoste dietro iter burocratici e vacua demagogia, ben pochi intervengono attivamente perché ci si avvii ad un nuovo "Rinascimento". Nell'esiguo numero accludiamo sicuramente Sante Rossetti, il quale, in questi ultimi anni, si è fatto promotore di una serie di iniziative nel campo dello spettacolo. Certamente non possiamo limitare lo sviluppo solo a questo settore, ma c'è da dire che l'arte e le sue espressioni sono sicure tramiti per educare le masse giovanili; del resto, poi, il detto "panem et circenses" è stato collaudato negli anni. Sante, infatti, oltre ad avere avviato con successo un gran numero di locali (Boccacheballa, Autodromo Club, Grand Hotel D'Aragona, ecc.), dove tra l'altro, è sempre stato dato spazio al cabaret ed alla prosa, è stato per anni promotore dell'importantissimo festival internazionale barese "Time Zones", che ha avuto per ospiti musicisti del calibro di Brian Eno e Ryuichi Sakamoto; per la nostra città, ad esempio, recentemente ha dato vita ad un suggestivo momento lirico sul sagrato della cattedrale. Del resto l'esperienza non si può certo dire che gli manchi: ad arricchire il suo curriculum, infatti, vi sono gli anni trascorsi a Los Angeles come reporter per RadioNorba e la collaborazione nell'organizzazione di concerti a livello nazionale (ricordate i Communards a Monopoli?). Ho quindi voluto sentire l'opinione di Sante riguardo a certi argomenti.
Cosa si dovrebbe fare, secondo te, per incentivare la cultura e lo spettacolo monopolitano?
Io penso che ci sia un problema di base, quindi, onestamente, credo che ci voglia tutto; considero, infatti, che una città come Monopoli, depressa, repressa e recentemente marchiata come città mafiosa richieda un super lavoro, perché già in situazioni normali la cultura ne è che decollasse; con la questione del commissariamento il fondo non l'abbiamo toccato, ma ci siamo addirittura sotto! Infatti, oggi, la cultura per buona parte sopravvive attraverso l'assistenzialismo degli enti locali, primo tra tutti il Comune. Una cosa è certa, quindi: se si vuol fare qualcosa, bisogna agire individualmente o attraverso le varie associazioni, magari con l'appoggio di qualche sponsor. Come del resto ho fatto io questa estate, organizzando da solo, con i miei soldi, il concerto lirico sul sagrato della cattedrale. Purtroppo il monopolitano, dovendolo inserire in un girone dell'inferno, lo inserirei nello stesso di Celestino V, ossia quello degli ignavi. A tal proposito voglio fare i miei apprezzamenti a quelli che sono gli unici paladini di un certo movimento culturale, ossia le iniziative editoriali.
Quale è stata l'esperienza di lavoro che ti ha più entusiasmato?
Per me è importante il progetto a cui sto lavorando il quel momento ed è a quello che dedico sempre tutto il mio entusiasmo. Adoro, comunque, l'aspetto creativo riguardante la direzione artistica, progettazione concettuale ed ideazione di nuove tipologie di locali; mi ha divertito tantissimo, invece, fare il reporter da Los Angeles per RadioNorba, in quanto sapevo di trasferire un pezzo d'America qui, nella consapevolezza di essere ascoltato da migliaia di persone; inoltre mi ha gratificato molto anche l'organizzazione dei concerti.
Sapresti individuarmi un prossimo trend, una nuova tendenza?
Per quanto riguarda il target giovanile, la musica dance, il campo delle discoteche, fa da padrone l'asse Milano-Londra-New York. Certamente andremo verso suoni sempre più essenziali e concreti: verrà accentuato, cioè, il discorso tribale. Infatti, dopo tanta tecnologia, e tanto "barocco" musicale (house, trance, ecc.), ci sarà un momento di riflusso con sonorità di più impatto. La tribale, infatti, è l'origine di tutto il discorso dance: quella musica negra importata dall'Africa in America, è comune denominatore del gospel, blues,e jazz; poi, dalla contaminazione di blues e jazz nacquero il rythm & blues ed il soul, e da lí il "sound of Philadelphia" ed infine la dance. Ti devo comunque dire che la musica da discoteca "all'italiana" rappresenta solo il 30% del mercato mondiale; il restante 70% (quello che preferisco) è fatto di funky, rap, soul, hip-hop e rugamuffin. Facendo un discorso più ampio, non fermandomi alla dance perciò, saranno queste sonorità a dominare la scena.
Che progetti hai per questa estate?
Innanzitutto sto preparando un grande "contenitore musicale": una rassegna di tutti i generi per tutti i gusti; purtroppo al momento non ti so dire con sicurezza dove si svolgerà. Per quanto riguarda la dance, ci sarà una serie infinita di serate sulla spiaggia; anche qui faremo in modo di diversificare gli appuntamenti, con dei momenti di musica sudamericana, acid-jazz, funky, ecc.

Giuseppe Nico


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Sui sentieri della natura

Escursioni alla scoperta di un patrimonio intatto e selvaggio.

Ripide gole, piani infiniti, paesaggi luminosi, paesi arroccati che sembrano spuntati dal terreno... tutto questo fa del massiccio del Pollino un vero e proprio scrigno di tesori naturalistici di eccezionale valore, dove regna silenzioso il pino Loricato. L'unico consiglio che si può dare in questi casi, è di andarci, rendetevi conto "de visu" quali sensazioni vi può dare il neo-istituito "Parco Nazionale del Pollino". Guardatevi intorno, affinate la vostra sensibilità, allenatevi nel fisico e nello spirito ma soprattutto, cercate di "sentire" e di capire la natura che vi circonda: essa invia continuamente messaggi a chi si sforza di ascoltarla. Curiosità, iniziativa, spirito d'avventura, intuito, fantasia, sensibilità per il bello e , soprattutto, contemplazione, sono qualità oggi in via di estinzione, sempre più soffocate da una società che impone ritmi, mode e omologazione. Cartelli con le informazioni, sul Pollino, non ce ne sono e nemmeno le attrezzature che un parco dovrebbe avere; ma anche sbagliar strada può diventare un'avventura ricca di sorprese. Si parla tanto di "wilderness" degli ultimi paradisi selvaggi e non si sa che in questa terra a cavallo tra Basilicata e Calabria si può camminare ore senza incontrare un essere umano. Il concetto di "wilderness" permette una conoscenza viva e diretta del territorio con le proprie gambe; un conto è vedere boschi dal chiuso della propria auto, ben altra cosa è percorrerli a piedi ascoltando i torrenti, il sussurro del vento tra i rami osservando luci ed ombre tra gli alberi, amplificando le sensazioni del nostro corpo attraverso il contatto con la natura. Da ampie fiumare si passa in pochi chilometri ad estese foreste di faggio interrotte da verdi altipiani fino alle imponenti pareti rocciose di "Serra di Crispo" e del "Giardino degli Dei" abitati dai leggendari e solitari pini Loricati. Il segreto del Pollino è la varietà del suo ambiente come anche del suo clima che cambia improvvisamente; infatti può capitare, come a noi, di iniziare una escursione col sole, di trovarsi a metà sentiero in una bufera di neve e di vedere rispuntare, di lí a poco, il sole. E questo non è che un elenco concitato di paesaggi, proprio come li trovereste camminando ad esempio, dal rifugio "Madonna del Pollino" alla "Grande Porta del Pollino". Certamente gambe e fiato contano e possono creare qualche ostacolo, ma il breve tratto che conduce dal rifugio De Gasperi (dove si arriva in automobile) al "Belvedere del Malvento" è a portata di chiunque voglia avere un primo contatto col mondo di questo massiccio (da questo balcone naturale si domina mezza Calabria). E poi oltre alle escursioni a piedi c'è la possibilità di effettuarle a cavallo, che è una esperienza unica, come è unica l'esperienza di dormire sotto un tetto di stelle in una notte di mezza estate, come unica è la piccante cucina locale e la tradizionale ospitalità delle tante comunità montane, molte delle quali di origine albanese. Non è retorica dire che anche camminare per ore, affannarsi, sudare fa parte dell'eterna ricerca della verità che spinge l'uomo alla continua ricerca di se stesso e del suo creatore.

Vito Intini


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I giochi dei grandi: The Role Play

A differenza dei classici giochi in scatola, quali Monopoli Risiko ecc., i giochi di ruolo (in breve GDR) si presentano, molto spesso, formati da manuali e da dadi delle forme più strane (3,6,8,10,12,20 facce). In effetti anche per i GDR è necessario essere seduti intorno ad un tavolo, ma questo è l'unico punto che li accomuna ai giochi di società più diffusi. Il resto è casuale ed è affidato alla fantasia ed all'immaginazione dei giocatori. Ma andiamo con ordine. Ogni giocatore, prima di cominciare, deve crearsi un personaggio (di fantasia, ovviamente), un alter-ego che agirà in un mondo anch'esso di fantasia. Attraverso il lancio dei dadi i giocatori dovranno abbinare dei valori numerici alle caratteristiche dei personaggi: forza, intelligenza, saggezza, carisma ecc.; il tutto su un foglio scheda. Questo sarà utile per delineare meglio la figura dell'alter-ego e per sbrogliare, attraverso particolari calcoli, le più disparate (e disperate!) situazioni di gioco. Ogni giocatore, quindi, deve immedesimarsi nel personaggio da lui creato e, nei limiti delle possibilità umane, farlo agire come meglio crede. Ma chi decide gli avvenimenti, i combattimenti e muove il meraviglioso mondo nel quale siamo proiettati? Ebbene, la persona che ha tutto questo potere, e nelle cui mani mettiamo la "nostra" vita è il Master (o Maestro di gioco). Il Master conosce alla perfezione tutte le regole (questa è l'unica nota dolente) ed è assolutamente imparziale; crea l'avventura reagendo alle azioni dei giocatori, un po' improvvisando, ma seguendo sempre gli schemi del mondo da lui creato. Il Master, infatti, progetta l'avventura organizzando imboscate, preparando cartine geografiche e calcolando, rigorosamente prima dell'inizio della missione, tutte le possibili battaglie e se sarà bel tempo oppure no. Deciso questo, largo alla fantasia e il gioco può cominciare. La compagnia dovrà portare a termine l'avventura proposta dal Master, che aprirà le finestre di un mondo incredibile (quasi sempre di periodo medievale-fantasy) popolato da draghi, folletti, troll, elfi oppure da alieni malvagi contro i quali combattere per la salvezza della galassia. Come avrete capito l'ambientazione e la collocazione storica variano al variare del gioco scelto: Dungeons & Dragons e Il Signore degli Anelli se preferite il classico mondo fantasy fatto di streghe e cavalieri, The Call of Cthulhu se siete attratti da avventure poliziesche e molti altri per tutti i gusti. Caratteristica peculiare di un GDR è l'affiatamento dei giocatori, fedeli all'antico motto "tutti per uno, uno per tutti"; ogni personaggio mette a disposizione del gruppo la propria abilità (silenziosità nei movimenti per i ladri, incantesimi per maghi e chierici, abilità con le armi per i guerrieri) per portare a termine la missione. Detto questo, spero che vi siate incuriositi quel tanto necessario per incominciare a giocare. Dimenticavo di dirvi che il vostro alter-ego, a meno che durante l'avventura non venga mutilato od ucciso, potrete continuare ad utilizzarlo in altre campagne, durante le quali, aumentando l'esperienza, migliorerà la sua abilità. Non mi resta che augurarvi buon divertimento e lasciarvi con un consiglio: diffidate degli sconosciuti.

Sergio "Loppo J" Lenoci


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Mare e vela. Scuola di vita.

L'estate è ormai prossima e vivendo qui a Monopoli Potrebbe essere superficiale non prendere in considerazione le opportinità che il nostro mare ci offre. Una di queste è la vela. Forse perché molto costosa, forse perché non abbiamo mai avuto una vincente tradizione, la vela qui a Monopoli non è mai riuscita ad entrare nello spirito cittadino. Siamo andati presso la Lega Navale Italiana in Cala Curatori (ret i caller), per renderci conto di quello che abbiamo, di quello che il nostro ente ci offre. Scopo primo della Lega Navale è, oltre al promuovere multiformi attività e molteplici iniziative (quali gare di pesca, mostre fotografiche, corsi di vela), quello di far conoscere il mare per amarlo di più. Fondata nel 1984 come delegazione di 40 soci, dal 1990, quella monopolitana è diventata una sezione con ben 470 iscritti. Ci spiegava il sig. Spagnuolo, uno dei soci fondatori, che anche qui a Monopoli scopi prettamente "navali" si alternano a manifestazioni e corsi di vela. Annualmente fra Giugno e Luglio vengono istituiti 2-3 corsi di vela per ragazzi ed adulti, della durata di tredici giorni, tre dei quali teorici, che possono essere perfezionati con l'ausilio di corsi integrativi con la Marina Militare di Taranto. Mare e vela, ci spiegava, possono essere scuole di vita e di carattere anche per chi non le sceglie come ambiente del proprio lavoro, ma piuttosto si dedica ad esse per pura passione sportiva o spirito d'avventura. "Navigare alla vela" infatti richiede sempre attenzione e serietà anche se lo si fa molte volte. La vela è pertanto uno sport complesso che non richiede solo esercizio fisico e che non è solo svago ed evasione da attività consuetudinarie. "Vela", prima di essere uno sport, è uno stile di vita che tonifica le qualità e gli atteggiamenti più nobili quali lo spirito di sacrificio e l'audacia in un ambiente, il mare, vera scuola di gioventù!

Marco Fontana


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Fine Numero 4

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Numero 5

- Luglio 1995 -
Gli inutili referendum
Stavamo meglio quando stavamo peggio
Parole e fiori
Quattro chiacchiere con... Epigrafe, gruppo monopolitano
I giochi dei grandi: The Battle Games

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Gli inutili referendum

Domenica 11 giugno scorso siamo stati chiamati a consumare ben dodici referendum grazie alla ormai inadeguata norma costituzionale che li consente in seguito alla richiesta di cinquecentomila firmatari; infatti quest'ultima risale ad un periodo storico nel quale la nostra nazione era popolata da ben altro numero di individui. Necessiterebbe dunque di una revisione ed attualizzazione onde evitare di recarsi alle urne magari per decidere i turni di pulizia dei bagni in parlamento o scegliere tra Baggio e Zola al centro dell'attacco azzurro. La nostra è una repubblica parlamentare e non referendaria e non si capisce perché le leggi non le fanno i politici di loro piglio, visto che ciascuno di loro rappresenta una grossa quota di cittadini che gli hanno demandato il compito di legiferare, compito per il quale sono pagati lautamente. Nella storia del nostro paese ritengo essere stati utili tre soli referendum: quello che poneva la scelta tra repubblica e monarchia e i due sull'aborto ed il divorzio, che chiamavano il cittadino ad una scelta di profondo valore morale non demandabile ad altro individuo se non la propria coscienza. L'affluenza alle urne è stata bassa, il quorum necessario è stato raggiunto con difficoltà a testimonianza della inadeguatezza della scelta referendaria. La vittoria del no in molti referendum è indice ulteriore dell'inutilità della chiamata al voto; infatti lasciando le cose come stanno pone comunque il problema di nuove leggi riguardo le questioni trattate, nuove leggi comunque necessarie anche nel caso di vittoria del sí. E allora perché spese esorbitanti che colpiscono le nostre tasche per una scelta che ha ben poco valore? Un esempio per tutti: la vittoria del no nei tre referendum sulle televisioni non cambia di fatto la necessità di una nuova legge che regoli il tanto discusso sistema televisivo. Ma nonostante tutto si parla di andare all'appuntamento referendario per altri diciotto referendum. Il mio augurio è che prevalga il buon senso e ci si renda conto dell'inutile spesa e della mancanza di mezzi e conoscenze della stragrande maggioranza dei cittadini a esprimere un voto su questioni verso le quali l'individuo e pressocché insensibile e quindi anche molto influenzabile da chi ha interessi specifici propri.

Marco Diliberto


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Si stava meglio quando si stava peggio

Carissimi lettori, mi è stato chiesto di scrivere per voi questo articolo ad alto contenuto culturale e vi assicuro che ce la metterò tutta pur di accontentare il direttore. Per la prima volta, ma c'è sempre una prima volta, scriverò riguardo al fatto che tutto il mondo è paese e, vi dirò di più, paese che vai usanze che trovi, per non dire cacca. Effettivamente per colpa del buco dell'ozono non c'è più la mezza stagione e poiché viviamo in un mangia mangia generale dove prima era tutta campagna continua a piovere (governo ladro!) e se non ci fosse stato il dilagare dell'abusivismo in 40 anni di ruberie l'acqua potrebbe scorrere tranquillamente nel suo corso che ormai è diventato fondamenta per la costruzione di un albergo di Andreotti. Continuiamo a pagare tasse come fossero noccioline ICI, ICIAP, INCAP, INTOP, ecc., e gli autobus continuano a non funzionare (i treni non sono da meno) e ci sono un milione di persone che aspettano il promesso posto di lavoro, anche se con tre televisioni non si potevano perdere il referendum. Oggi come oggi non è più come una volta e viene da pensare che stavamo meglio quando stavamo peggio perché adesso si chiude una porta e si apre un portone. Ad aggravare la situazione già non molto piacevole sono arrivate le nuove regole nel calcio. Queste sono cose che fanno male al calcio perché le velocità sono aumentate e con la storia del fuorigioco attivo e passivo, del passaggio al portiere, dei tre punti per vittoria non si fischia più quando rigore vi è. Meglio la zona o il catenaccio di Trapattoni? Concludo con questo interrogativo sperando che tutti riusciate a tirare avanti finché la Sip, la Telecom, l'Amgas, la monnezza non vi portino via l'intero stipendio o la pensione, che adesso ci vogliono pure levare dopo una vita di lavoro. Prima o poi i nodi verranno al pettine. A presto.

R. C.


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Parole e fiori

Quando si parla di fiori di solito viene espresso il loro nome comune: Rosa, Garofano, Margherita ecc. Ma non il più delle volte non si pensa che i fiori hanno un loro significato. "Ditelo con i fiori": un'espressione comune, un invito a comunicare dei sentimenti come l'amore, la riconoscenza, la solidarietà attraverso una delle manifestazioni della natura più gentili ed accattivanti. Già nelle civiltà antiche i fiori giocavano un ruolo importante: potevano essere legati ad una divinità particolare (la più nota forse è la coppia Venere-mirto), oppure il risultato di una metamorfosi, della trasformazione di un essere umano in pianta per benevolo intervento degli Dei (Anemone-Adone, Narciso, Giacinto, ecc.). Nel Medio Evo poi il linguaggio dei fiori oltre che collegarsi con la religione, si modella sul loro impiego nella medicina. Il periodo storico in cui si diffonde l'abitudine di parlare con i fiori è senz'altro l'Ottocento. Il tema dominante delle "conversazioni floreali" è l'amore e raccoglie sopratutto la borghesia. Da elementare ed immediato, il linguaggio dei fiori diventa sempre più complesso ed esprime ogni sentimento e stato d'animo, tutti gli elogi possibili per la donna e la sua bellezza, le richieste, le promesse, i rimproveri. Alcuni fiori conservano oggi nel nome comune una traccia della loro passata utilizzazione linguistica: il "non ti scordar di me" o la "viola del pensiero". Nel linguaggio dei fiori l'amore fa la parte del leone. Il fiore che simboleggia l'amore è senza dubbio la rosa. La sua popolarità è assoluta; l'apprezzamento della sua bellezza è unanime. In generale la rosa significa amore, passione sincera, gioia, bellezza, grazia, femminilità e anche saggezza. Il fiore invece più romantico sia in senso storico, sia per il suo significato è la Margherita, già simbolo cristiano di candore e dell'innocenza come fiore di Gesù Bambino. Sul significato dei fiori si potrebbe scrivere un libro poiché ogni specie ed ogni varietà ne ha almeno uno; possiamo dire che i fiori in generale sono i veicoli di sentimenti positivi, gentili affettuosi o, al massimo, di un' accettabile galanteria.

Cosimo Fiume


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Quattro chiacchiere con...
Epigrafe, gruppo monopolitano.

Attraverso le decine di concerti suonati nell'hinterland monopolitano e oltre, gli EPIGRAFE avevano già riscosso non pochi favori; oggi, con l'incisione del loro primo CD dal titolo "Sudore e Sangue", la band si consacra al pubblico locale e guarda con un pizzico di ambizione in puù al futuro. Il gruppo, la cui formazione attuale risale al 1989 , matura con gli anni un sound piuttosto particolare e moderno, cocktail composto dalla mera tradizione rock italiana e da un rap alquanto accelerato. Esempio limpido di ciò è il brano "Questa è la danza", prima traccia del CD e forse anche la più rappresentativa e coinvolgente; prevale, invece il rap in "Raggadam" e "Sono Stanco" mentre viene lasciato più spazio al rock targato Italia in "Incubo Americano" e "Johnny Freak" (personaggio tratto da un fumetto di Dylan Dog). Scorrendo gli altri brani c'è anche il tempo di lasciarsi cullare dalla cover di "Sunday bloody Sunday" e di saggiare una divertente musica etnica nel pezzo "Ce te la và dà". Il gruppo si compone di sei elementi: le voci sono di Tommy Colagrande e Giorgio Spinosa, i quali riescono eccellentemente a lasciarsi andare nella frenesia dei 110 bpm oppure a sposare una più veemente melodia; le chitarre di Mimmo Galizia e Vincenzo Grande (quest'ultimo fornisce, talvolta, anche il suo apporto vocale) dettano solennemente le note di ogni canzone distorcendole solo lí dove serve; Giuseppe De Girolamo, al basso, integra puntualmente con i suoi giri ogni motivo, ma è anche capace di elevare in modo adeguato il suo strumento proprio come accade in "Falsa Convinzione"; Michele Genualdo alla batteria scandisce i tempi del rap e diligentemente li rallenta guidando in maniera consona gli altri strumenti. Il gruppo, quindi, ha tutte le carte in regola per salire sulla scena musicale italiana ed è per questo che ho voluto essere tra i primi ad intervistarli proprio nei loro studi.
Perché il nome EPIGRAFE?
All'inizio non sapevamo assolutamente quale nome darci, poi proprio quella parola saltò in mente al nostro primo batterista Franco Alò all'epoca, tuttavia, ci prendevamo la briga di andare sul vocabolario a cercare la parola più strana. L'epigrafe è, comunque, e ci teniamo a dirlo, una incisione indelebile sulla pietra.
Pensate che questo CD sia semplicemente uno sfizio toltovi, oppure inaugurerà una lunga serie?
Si può dire che proprio sul serio la cosa non la prendiamo poiché potremmo rimanerci male; non si può chiamare, però, neanche sfizio, perché non abbiamo una tale disponibilità economica da poterci permettere sfizi simoli; del resto il titolo dell'album la dice lunga su quello che ci è costata questa incisione. Infatti le premesse per un inizio c'erano state, poiché spedendo alcuni demo-tape, avevamo avuto diverse recensioni su "Fare Musica" e "Planet Rock", oltre all'essere stati citati fra i gruppi baresi su "Tutto Città" del '94. Dato, però, che nessuna casa discografica aveva mostrato l'intenzione di rischiare con noi, l'abbiamo fatto in prima persona.
Come è nata l'idea della cover di Sunday bloody Sunday?
È nata per scherzo, in un break; Mimmo ha iniziato a "menare gli accordi" ed ognuno di noi l'ha seguito. In un secondo momento lo abbiamo manomesso in stile raggae. È comunque un omaggio ad un gruppo che abbiamo amato.
Avete in progetto esibizioni per l'immediato futuro?
Il primo Luglio saremo di scena in un festival organizzato a Rovereto, mentre il 4 agosto ci esibiremo a Poggiardo(LE) nella rassegna "Mediterranea".

Giuseppe Nico


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I giochi dei grandi: The Battle Games

Mi muovo in silenzio, strisciando fra le sterpaglie e finalmente riesco ad individuare il quartier generale nemico. Solo due uomini di guardia... sarà uno scherzo eliminarli. Il problema è solo scegliere quello da colpire per primo; ma sí uno vale l'altro.. fuoco! Beccati in pieno tutti e due, strappo il vessillo avversario dall'asta e la battaglia è vinta. Ma la settimana prossima si ricomincia di nuovo. Già perché quella appena descritta non è una scena tratta da un film di guerra, ma è ciò che accade sempre più frequentemente nei fine settimana nelle campagne del nostro Belpaese. Le simulazioni di azioni militari sono un divertimento che si va sempre più diffondendo, ed, a quanto pare, anche nella nostra tranquilla Monopoli ogni tanto si aggirano strani tipi in mimetica armati di realistiche quanto innocue armi giocattolo. Il gioco può essere organizzato in maniera professionale da apposite agenzie che forniscono attrezzatura e campi di battaglia oppure può essere gestito autonomamente in maniera più rozza ma con risultati di tutto rispetto. E' questa seconda via, a quanto pare, ad essere seguita dai nostri concittadini appassionati di questa pratica. Il divertimento è assicurato e la presenza di un acceso agonismo e di un sentito spirito di rivalità rendono il tutto un efficace rimedio alla noia e garantiscono una gran soddisfazione (sicuramente maggiore per chi alla fine risulta vincitore!). Le tipologie di armi a disposizione dei giocatori sono innumerevoli, ma possono essere fatte risalire essenzialmente a tre grandi suddivisioni: armi a gas, elettriche ed a molla. Quelle a molla sono le più economiche, ma inevitabilmente anche le meno affidabili. Quelle a gas hanno una notevole autonomia ed una grande potenza, ma presentano lo svantaggio non indifferente di utilizzare propellenti dannosi per lo strato di ozono. Le armi elettriche funzionano con normali batterie e garantiscono autonomia e potenza sufficienti per affrontare degnamente i combattimenti. Tutti i tipi di armi utilizzano proiettili contenenti vernice atossica, che serve chiaramente ad individuare i "caduti". Le regole del gioco variano da gruppo a gruppo, ma lo schema basilere è sempre lo stesso, ovvero la conquista di una o più postazioni nemiche. Di solito l'avvenuta conquista è testimoniata dalla sottrazione della bandiera del gruppo avversario. Ci possono poi essere infinite variazioni sul tema, a seconda che si permetta ai "caduti" di rientrare o meno nel gioco per una o più volte nel corso della giornata (in questo caso la vittoria finale verrà valutata in base ad un punteggio calcolato per ogni nemico ucciso oltre che per ogni bandierina sottratta) oppure a seconda dell'importanza data ai prigionieri catturati e cosí via. Non sono certamente mancate le critiche ad una siffatta attività ludica chiaramente ispirata alla realtà bellica, che di divertente ha ben poco. Ma mi sembra che sia molto più etico sparare per finta su gente con la quale a fine giornata si andrà a pranzo, piuttosto che su selvaggina varia che diventerà essa stessa il nostro pranzo o, peggio ancora, verrà abbandonata a marcire nei campi. Ed è sempre meglio scaricare la propria aggressività su di un nemico immaginario piuttosto che sul tifoso della squadra di calcio avversaria all'uscita dallo stadio.

Sergio Ostuni


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Fine Numero 5
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